Intervista a Luisa Tuttolomondo, sociologa che guida il percorso di ricerca-azione

A Generation Hub stiamo vivendo un percorso di ricerca-azione che ci coinvolge direttamente. Non siamo solo partecipanti alle attività: stiamo imparando a fare domande, ad ascoltare e a capire meglio il luogo che viviamo ogni giorno.

Il laboratorio è guidato dalla sociologa Luisa Tuttolomondo e dall’educatore Matteo Di Fiore, che lavorano insieme per unire metodo di ricerca e produzione video.

Abbiamo iniziato intervistando Luisa per capire cosa significa fare ricerca con i ragazzi e perché il video può diventare uno strumento così importante in questo percorso.

L’intervista

Ciao! Chi sei e di cosa ti occupi?

Sono Luisa, sono una sociologa, faccio ricerca sociale e lavoro in contesti molto diversi e con persone diverse: dai bambini e ragazzi agli adulti. Mi occupo di laboratori di cittadinanza attiva, partecipazione e attività di ricerca sociale.


In cosa consiste e come si chiama questo laboratorio?

Questo è un laboratorio di ricerca-azione partecipata attraverso il video. Consiste nel coinvolgere i ragazzi e le ragazze in un percorso di ricerca in cui loro stessi diventano ricercatori e autori del documentario che verrà realizzato alla fine.

L’obiettivo è indagare come si vive in questo centro educativo, come stanno i ragazzi e le ragazze, portare la loro prospettiva sul centro e capire cosa ne pensano anche gli altri che lo frequentano.


Come nasce l’idea di unire l’indagine sociologica alla produzione video?

In realtà si tratta di una pratica già molto diffusa. Il video è uno strumento che si presta moltissimo a questo tipo di ricerca, perché permette di rendere protagoniste e protagonisti le persone che partecipano.

È uno strumento comunicativo molto efficace: attraverso il video si possono raccontare molte cose, con diverse sfumature. In questo senso è particolarmente utile anche per restituire i risultati di una ricerca partecipata fatta con ragazzi e ragazze.


Qual è l’obiettivo dell’attività?

L’obiettivo è portare avanti un percorso di ricerca in cui non siano solo i ricercatori tradizionali, quindi gli adulti, a condurla, ma i ragazzi stessi. Sono loro che imparano come si fa ricerca e come si realizza un video, e mettono in pratica questi strumenti.

Noi trasferiamo competenze e strumenti, ma sono i ragazzi a utilizzarli in prima persona.


Quali sono le sfide più grandi nel fare ricerca e produzione video in questo quartiere?

Non ho lavorato moltissimo in questo quartiere, quindi non posso rispondere in modo specifico.

Sicuramente non abbiamo scelto un obiettivo semplice: è un laboratorio che richiede costanza e coinvolgimento da parte di chi partecipa. Ogni fase è collegata all’altra, quindi serve impegno e voglia di entrare davvero nel percorso. La difficoltà maggiore è proprio mantenere questa continuità.


Quanto spazio hanno i ragazzi nella scrittura del documentario?

Totale. Il mio ruolo, come quello di Matteo, è semplicemente quello di facilitare: fornire strumenti ai ragazzi e alle ragazze e accompagnarli nel loro utilizzo.

Il nostro compito è fare da guida e assicurarci che il risultato finale corrisponda davvero alla visione di chi partecipa.


Che tipo di impatto sperate che abbia questo documentario una volta finito?

Ci piacerebbe che il documentario venisse condiviso con tutte le persone che frequentano il centro: ragazzi, ragazze, bambini, bambine e operatori.

Essendo una ricerca-azione, non è un documento destinato a restare chiuso in un cassetto. L’idea è che produca un impatto nel contesto, alimentando una riflessione sia all’interno del centro sia, potenzialmente, all’esterno, con altre realtà che si occupano delle stesse tematiche.


Cosa state cercando di raccontare di questo luogo?

L’obiettivo è raccontare la realtà dei ragazzi senza troppi filtri, senza sovrapporre la nostra visione. Questa è la sfida più difficile quando si fa ricerca: fare in modo che ciò che emerge sia davvero sentito dai ragazzi e non una prospettiva imposta, mediata o guidata da noi.

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