Intervista a Matteo Di Fiore, educatore e videomaker che accompagna il laboratorio di ricerca-azione

A Generation Hub stiamo vivendo un percorso di ricerca-azione che ci coinvolge in prima persona. Non siamo solo partecipanti alle attività: stiamo imparando a osservare il presente, a farci domande e a trasformare quello che scopriamo in un racconto.

In questa serie di interviste vogliamo raccontare il laboratorio attraverso le voci di chi lo guida. Dopo aver parlato con la sociologa Luisa Tuttolomondo, abbiamo intervistato Matteo Di Fiore, educatore professionale che lavora insieme a lei in questo progetto.

Con lui abbiamo cercato di capire come la ricerca diventa video e cosa significa, per noi ragazzi, essere protagonisti di questo processo.

L’intervista

Ciao! Chi sei e di cosa ti occupi?

Mi chiamo Matteo e attualmente sono educatore professionale. Mi occupo principalmente di supportare minori, soprattutto adolescenti dai 14 ai 20 anni. Offro sostegno alla didattica e accompagno i ragazzi in percorsi più mirati all’orientamento, verso il lavoro e verso scelte che, in quell’età e in quel contesto territoriale, sono spesso difficili da affrontare da soli.

In cosa consiste e come si chiama questo laboratorio?

Il mio lavoro non verte su un solo laboratorio, ma su più attività. Alcune sono più artistiche e creative, altre legate ai media, altre ancora al supporto didattico. L’obiettivo è, attraverso questi strumenti, costruire un ambiente sicuro che possa offrire non solo benessere a chi partecipa, ma anche strumenti concreti per affrontare i problemi che si presentano durante il percorso di crescita.

Come nasce l’idea di unire l’indagine sociologica alla produzione video?

L’idea nasce dal mio percorso: per anni ho studiato e realizzato cinema documentario. Il mio approccio alle storie, ai temi e alle persone che incontravo è sempre stato orientato alla ricerca, alla curiosità, alla conoscenza e all’ascolto, senza partire da pregiudizi. Questo è anche il fondamento di un’indagine sociologica. Per questo penso che il documentario e il video, più in generale, si prestino molto bene a questo tipo di ricerca.

Qual è l’obiettivo dell’attività?

L’obiettivo è, insieme al gruppo di ragazzi e ragazze che partecipano, svolgere un’indagine che miri a rivelare come vivono le attività e il Centro Tau, che è il centro educativo.

I ragazzi e le ragazze non saranno solo oggetto della ricerca, ma anche protagonisti: racconteranno i risultati attraverso un video, che potrà essere utilizzato come modello anche da altri centri e associazioni.

Quali sono le sfide più grandi nel fare ricerca e produzione video in un quartiere?

La sfida principale è la resistenza delle persone. Spesso il ricercatore o il videomaker viene percepito come qualcuno che invade la privacy. La difficoltà maggiore è quindi superare la chiusura e il rifiuto.

Questo mette alla prova non solo come professionisti, ma anche come persone, perché bisogna chiedersi fin dove sia giusto spingersi e in che modo farlo. Soprattutto in un territorio che è stato raccontato dai media in modo negativo, è fondamentale riflettere su come si entra in relazione con le persone.

Quanto spazio hanno i ragazzi nella scrittura del documentario?

I ragazzi hanno uno spazio centrale. Io sarò una guida o un supervisore, ma saranno loro, attraverso la ricerca, a raccogliere i dati e rielaborarli in forma scritta.

Dalla scrittura si passerà poi alla forma audiovisiva: la narrazione sarà frutto delle menti dei ragazzi e delle ragazze che partecipano al laboratorio.

Che tipo di impatto sperate che abbia questo documentario una volta finito?

L’impatto può essere duplice. Da una parte, può aiutare gli operatori del centro a comprendere più a fondo come i ragazzi percepiscono il centro e il loro lavoro. Può diventare uno strumento di autoanalisi, cosa che nel lavoro quotidiano è difficile fare.

Dall’altra parte, spero che abbia un impatto verso l’esterno: che possa mostrare un modello educativo utile anche ad altri centri.

Cosa state cercando di raccontare di questo luogo?

Quello che cerchiamo di raccontare deve emergere dai partecipanti. Non abbiamo stabilito temi prestabiliti: vogliamo che le storie nascano dalla collaborazione con i ragazzi e le ragazze.

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